Cari Indomabili, benvenuti all'angolo della cultura. Lo so che non avete tempo o voglia, ma vi lancio lo stesso la proposta. Creiamo insieme il primo romanzo multimediale sugli Indomabili! Qui di seguito ho scritto un incipit piuttosto generico, ispirandomi (con risultati indegni) allo stile del nostro immortale vate Charles Bukowsky. A un certo punto, come potete vedere, la vicenda si interrompe. Mi piacerebbe che qualche Indomabile continuasse a scrivere una decina di righe (che verranno incollate di seguito) e così via. Potrebbe uscire qualcosa di carino. Se vi va di provare, scrivete quello che volete e mandatemi i testi cliccando Qui.

L'ultimo trink nic

Capitolo primo

Pongo aveva fame. Ormai erano le dieci, ma nessuno dava ancora segni di vita. Gli altri Indomabili dormivano, ammucchiati nei sacchi a pelo in un angolo della stanza. Sembravano un mucchio di giganteschi bruchi. Ogni tanto qualcuno si contorceva, rantolando o spruzzando un peto poco convinto. Pongo si alzò e guardò in giro alla ricerca di qualcosa da mangiare. Sul tavolo c'era un uovo al burro lasciato lì dalla sera prima. Tirò via il mozzicone che qualcuno ci aveva spento dentro e mangiò avidamente. Ora ci voleva una birra. Il tavolo e ogni piano d'appoggio erano pieni di lattine di birra mezze vuote, ma la birra calda gli faceva schifo. Uscì nell’aria freddissima del mattino; il sole era già alto ma riusciva appena a bucare la nebbia. Fece tre passi verso l’aia e pisciò furiosamente contro un alberello. Faceva freddo, quel freddo umido e schifoso che c'è solo a febbraio e solo nella pianura Padana. Ma Pongo aveva bisogno di una birra, e quando Pongo vuole una birra non ci sono cazzi. Arrancò fino al 128 di Ivano e finalmente trovò quello che cercava: quattro Heineken gelate, finite chissà come sotto il sedile. Alla seconda cominciò a sentirsi meglio e decise di rientrare. Qualcuno si era già svegliato ma esitava a uscire dal sacco a pelo. Ovviamente la sera prima avevano tutti bevuto troppo e mangiato da schifo. Fuori dalla porta c'era un sacco di vomito, perlopiù di patatine e chipster. Come al solito avevano portato ettolitri di birra ma non avevano un cazzo da mangiare, solo patatine, pop corn e schifezze del genere, che non ti fanno tenere giù niente. Entrò nel salone dove qualche Indomabile cercava di alzarsi, in un clangore di lattine mezze vuote. Quando cade, una lattina di birra mezza vuota fa un rumore inconfondibile, un "tleng" di alluminio seguito dallo sciacquettio della birra che esce, e poi il sibilo della schiuma sul pavimento. Per capire chi era sveglio bastava contare le sigarette accese. Il Bese si alzò e senza dire una parola uscì. Pongo lo seguì con lo sguardo. Lo vide trascinarsi fino al 128 e cercare qualcosa sotto il sedile. Dal modo in cui sbatté la portiera capì che non aveva trovato quello che aveva nascosto. Nella stanza c'era un odore indescrivibile, anzi, perfettamente descrivibile: un misto di sigaretta spenta male, birra da quattro soldi e All Star portate per troppo tempo. Nel giro di mezz'ora erano tutti svegli, tranne un tipo, che dormiva sdraiato vicino al camino e che tutti avevano ribattezzato "il sottaceto". Nessuno sapeva chi fosse, o meglio nessuno se lo ricordava più. Era arrivato la sera prima già sbronzo, insieme a due ragazze con una Dyane. Aveva bevuto qualcosa, poi era crollato e si era addormentato seduto a terra, con la schiena contro il muro. Mentre gli Indomabili non erano ancora del tutto ubriachi, si era vomitato addosso, nel sonno. Qualcuno gli aveva passato uno straccio intorno, ma quello era il massimo della carità. Se non ci stai dentro sono cazzi tuoi. Pongo si stirò e contò le sigarette, solo tre. Non sarebbero bastate per mezz’ora. La sera prima aveva visto un bar sulla strada provinciale, a un paio di chilometri dalla cascina, e se non ricordava male fuori c'era la "T". Si mise il chiodo e uscì. La moto era un blocco di ghiaccio ma partì quasi subito. Il Bese aveva la bocca impastata ed era incazzato, molto incazzato. Aveva nascosto la birra per fare colazione ma qualche stronzo l’aveva trovata prima di lui. E poi Pongo era partito senza neanche chiedergli se gli servivano le sigarette. "Fanculo!" pensò, e tornò dentro. Si mise a girare per il salone. Il sottaceto dormiva ancora. Era bianco come uno straccio ma non era morto. Non ancora almeno. Era un risveglio qualunque dopo un qualunque "Trink Nik", il termine con cui gli Indomabili chiamavano le loro scorrerie. La storia era sempre uguale: si trovava il posto, si faceva una mega colletta e si comprava un sacco di birra. Qualcuno di solito portava anche due cazzate da mangiare. Normalmente l'ultimo Indomabile non era ancora arrivato che il primo era già sbronzo. Si faceva tarda notte bevendo e cantando e poi si crollava. Poi ci si svegliava giusto in tempo per il Campari, ma il freddo e la sistemazione scomoda avevano messo a dura prova la resistenza degli Indomabili. 

Capitolo secondo (autore: Pongo, stile: Stefano Benni) Pongo aveva sempre dichiarato di essere geneticamente portato per il motociclismo, anche se molto probabilmente era l'unico a pensarla così. Fatto sta che, sarà per il nebbione o per i postumi feroci, l'unica cosa che lo manteneva almeno approssimativamente in carreggiata era l'intervento soprannaturale di San Giovese, noto protettore degli ubriachi. Rischiando di travolgere una considerevole aliquota della popolazione locale di animali domestici e non, finalmente tra la foschia appaiono le squallide vetrine del bar-latteria-pane-e-salumi Caffè Mokarabia. Parcheggiando direttamente in mezzo ai tavolini all'esterno del locale (in febbraio? Ma si sono bevuti il cervello questi qua?) Il Pongo entrò nel locale. La scena sembrava tratta direttamente da un film di Sergio Leone: avete presente quando nel saloon entra Jesse James facendo tintinnare gli speroni e tutti si azzittiscono e si immobilizzano a metà del gesto che stavano compiendo? Uguale! Il Pongo entrò facendo sbatacchiare i suoi stivali da moto, rigorosamente slacciati, con il chiodo variegato da macchie di vomito secco, paglia di cascina e lambrusco. I seppur rudi villici erano basiti e più d'uno era rimasto con il bianchino a mezz'aria. Il pistolero si trascinò stancamente fino al bancone e con alito moschicida chiese due pacchi di Marlboro e già che c'era, anche un Brancamenta che, si sa, la mattina dopo una piomba mette a posto lo stomaco. Mentre sorseggiava, dividendo la sua attenzione tra la feroce partita a boccette in corso e le notevoli poppe della cassiera, lo sguardo di Pongo venne attirato da una polverosa vetrinetta a fianco del banco, contenente altrettanto polverosi panini, che riposavano colà come tristi mummiette incellofanate probabilmente dal giorno dell'inaugurazione del locale. Sarà stato l'effetto del Brancamenta, o la rantolata della sera prima, ma adesso il Pongo si sentiva affamato come un biafrano e aveva una salivazione da sambernardo. Dopo aver chiesto cosa contenessero i panini ed essersi sentito rispondere dal barista che lui non lo sapeva perché erano solo due mesi che lavorava lì, decise di rischiare ed afferrò una michetta giurassica, che sembrava contenere del salame, o forse era mortadella ormai nera. Mentre masticava rumorosamente, il Pongo pensò che forse avrebbe potuto portare anche agli altri qualcosa da mangiare e si impegnò in una estenuante trattativa degna di un suk arabo con la cassiera, uscendone vincitore con dodici panini e mezzo (niente male per venti carte...). Il ritorno alla cascina fu più all'insegna del divertimento: il Pongo si sentiva decisamente meglio a stomaco pieno, la nebbia si era alzata e splendeva il sole. Ma la giornata sembrò rabbuiarsi non appena entrato nell'aia: mentre alcuni zombie barcollavano senza meta, il Bese attendeva con fiero cipiglio, appoggiato a un pilastro. "Ho indagato a fondo sulla faccenda e so che sei stato tu!" gridò quest'ultimo (il Bese, non il pilastro). "A far cosa?" "A zanzarmi la colazione, bastardo!" "Colazione? Ah, ecco di chi era la birra... comunque ho fatto bene, perché chi non divide con gli amici merita la punizione". Il Bese avanzò con fare minaccioso, convinto che l'offesa andasse lavata col sangue, ma alla vista del sacchetto dei panini si rabbonì un poco. Il Pongo sogghignava come un gatto che ha inghiottito il canarino e dopo avergli allungato uno sfilatino paleolitico lo trascinò a braccetto fino al bauletto della moto. "Cosa credi, io ci penso agli amici..." disse con un sorrisone porgendo un pacchetto di sigarette "...e poi, intanto che quella babbiona della tabaccaia incartava i panini, guarda cosa ho fregato". E con gesto da prestidigitatore estrasse un bottiglione di Jägermeister. Da quel giorno il Bese avrebbe ucciso per il suo amico, ma che dico amico, Fratello!!! 

Capitolo terzo (autore: Bese, stile: Bese) Dopo la seconda sorsata di Amarone il cervello tornò a funzionare. E' difatti ormai accertato, che l'unico vero rimedio per attenuare i fastidiosi postumi di una sbornia consiste nello sbronzarsi nuovamente. Questo naturalmente non può essere fatto a tempo indefinito ma solo per alcuni giorni, al termine dei quali è opportuno entrare in letargo. Ecco, finalmente la pallina da ping pong che rimbalzava all'interno della scatola cranica provocando l'odiosissima emicrania iniziava a rallentare. "Dai Pongo" disse il Bese, "andiamo a rompere le palle agli altri". Barcollando e ridacchiando si avvicinarono al primo dei sacchi a pelo. Puzzava. Scostando il cappuccio e dalla mummia fece capolino la faccia d'angelo di Svelto. Russava rumorosamente e si prestava al salasso. I due si guardarono attorno ispirati ed alla ricerca di un qualsiasi oggetto che producesse fastidio. Quindi con sincronismo perfetto si avventarono su di un paio di antiquati stivali abbandonati al fianco di un altro sacco a pelo e dopo averne annusato il sinistro odore trattenendo a stento un conato di vomito, concordarono sull'utilità del velenoso scarpone. Passarono quasi tre minuti da quando la calzata dello stivale fu appoggiata sulla faccia di Svelto, occludendone opportunamente le vie respiratorie, a quando quest'ultimo si svegliò di soprassalto farfugliando strane parole in una lingua sconosciuta. Da solito fighetto quale era, il suo primo pensiero andò ai capelli. Con gli occhi cisposi, l'alito pesante e delle rughe che ricordavano le piaghe sul buco del culo di un gibbone, iniziò a passarsi le mani sul capo cercando di riordinarsi. Mise quindi a fuoco le due figure che si contorcevano ridendo al suo fianco e capì. "Bastardi", urlò. Lo stivale partì piroettando nella direzione del Pongo, che lo schivò con una insospettabile agilità felina. Fortunatamente per noi il destino è scritto nelle stelle. Lo stivale impattò sulla faccia di Nirgu ancora dormiente, facendo gelare il sangue nelle vene dei presenti. Cazzo, perché al posto di questo non avevano potuto scegliere di andare a svegliare un grizzly con un forcone? L'enorme faccione dell'amico energumeno si contorse e la orrenda boccaccia si aprì lasciando intravedere una carie. "BRUEURRRRPGRPROTTSBRURGUNZvaffancgrrrprrrSBRAZZORPmerdaHORZARRRKHHputtanatroia HHHRRRRRRRGRGTUUUNZ". Questo fu più o meno quello che disse svegliandosi. Svelto era visibilmente terrorizzato. Il viso era pallido come la federina di un lettuccio d'ospedale. Come spiegare l'incidente a quegli ottantacinque chili di muscoli controllati da una mente criminale? Fu a questo punto che il Bese intervenne. "Svelto, sei proprio una carogna! Come hai potuto colpire così vigliaccamente Nirgu?" e quindi a Nirgu: "Credimi, abbiamo fatto l'impossibile per dissuaderlo ma da solito stronzo qual è (e tu lo sai), ti ha mirato dritto al naso". A questo punto lo Svelto capì che le spiegazioni erano inutili e sbracciando nel tentativo di uscire dal fagotto, maledisse quella fottutissima domenica mattina. "Allora cazzoni", gridò Nirgu. "E' pronta la colazione?". Fortunatamente per tutti la stivalata in faccia era stata scambiata per il morso di un insetto. A questo punto non restava che preparare una tronchetta.

Capitolo quarto (autore: Sandro-aspirante Indomabile, stile: Sandro) In quel mentre il cellulare di Pelocaldo iniziò a squillare. L'ignobile accessorio era stato adottato sia pur con riluttanza dagli alcuni degli Indomabili, ma tra di loro esigeva la regola di spegnere il telefonino ad un certo punto della serata, più o meno dopo la decima cassa di birra, quando ormai il tasso alcoolico dei presenti ed il livello della musica e dei canti sconclusionati rendevano impossibile udire alcunché. Pelocaldo, che la sera prima aveva trovato in una credenza una polverosa bottiglia di Cambusa l'Amaricante, era svenuto dopo essersi scolato l'intruglio ormai putrido, lasciando acceso il suo Nokia. Patty e il Doc lo avevano infilato nel sacco a pelo e riposto in un angolo della stanza dove era rimasto immobile fino al mattino, producendo rumori tipo fumarola di Pozzuoli che avevano divertito gli ultimi Indomabili svegli all'alba, quando ormai sfiniti dentro i sacchi a pelo dicevano le ultime cazzate prima di addormentarsi. Patty, ormai sveglia da un pezzo, si ricordò finalmente di avere un ragazzo e cercò di scuotere Pelocaldo dallo stato di semi incoscienza in cui era immerso: dopo essersi svegliato ed aver fumato una Camel si era disteso nuovamente nel sacco a pelo, restando immobile come una mummia egizia. Dopo almeno venti secondi di inutili tentativi, costituiti da urla e sberloni, l'essere manifestò un alito di vita. Nel frattempo il cellulare aveva smesso di suonare, ma questo era l’ultimo pensiero di Pelocaldo, in preda ad un terrificante mal di testa. Con lo sguardo spento cercò di mettersi in piedi, ma lo sforzo lo fece scoreggiare: Pongo, ridendo oscenamente, rispose con un sonoro scoreggione, mentre gli altri Indomabili ridevano prendendosi gioco del malcapitato che cercava barcollando di guadagnare l'uscita per liberarsi la vescica. Gli Indomabili amavano particolarmente questo momento, era la loro rivincita. Ogni "trink nic" erano costretti a sopportare le dotte dissertazioni di Pelocaldo, un vero tuttologo che sbandierava con una punta di orgoglio le sue conoscenze. Conoscenze che peraltro si erano formate dalla lettura di pubblicazioni tipo "Il giornale dei misteri", "Bizarre Magazine", "Ufo news" ed "il bollettino dell'istituto internazionale di Criptozoologia", ma che buttate lì, ad una platea di storditi dall'alcool il cui livello globale di intelligenza raggiungeva a stento quello di Alvaro Vitali, facevano sempre il loro effetto. Pelocaldo era un tipo controllato: nonostante si desse agli eccessi più sfrenati riusciva a mantenere nel corso delle serate sempre un certo aplomb. Ma gli Indomabili, si sa, sono anche pazienti, per cui attendevano la mattina successiva quando riuscivano a cogliere Pelocaldo con la guardia abbassata. Il suo fegato ormai stanco ed adiposo stentava a metabolizzare le enormi quantità di alcool e di grassi ingerite nella notte precedente, per cui per almeno un’ ora il povero Pelocaldo era costretto a subire gli scherzi da caserma degli altri, che bastardi fino in fondo non si lasciavano certo sfuggire l’occasione per infierire sulla loro vittima. "Attento" esclamò Pongo mollando un altro peto "fuori ho visto un tilacino!". Il tilacino, questo purtroppo lo sanno ormai tutti gli Indomabili che si sono sciroppati la storia almeno venti volte, è un cazzo di cane dell’Australia o giù di lì, estintosi negli anni Trenta ma di cui si sospetta ancora l'esistenza. O meglio: a sognare che sia ancora in vita ci sono Pelocaldo in Italia ed altri quattro o cinque "criptozoologi" in tutto il mondo. Pelocaldo uscì sputando e mandando affanculo gli altri. Il mal di testa lo tormentava. La bocca sapeva di merda e per giunta aveva solo un paio di sigarette. Pisciò sul sellino della moto di Pongo, prendendosi la rivincita. Rientrando aveva già assunto la sua aria impassibile, anche se non poteva tenere fisso lo sguardo su qualcosa per più di cinque secondi perché tutto incominciava a girare. Avrebbe dato qualsiasi cosa (tranne la sua collezione del "Giornale dei misteri" e la sua Smith & Wesson 686) per un succo di pomodoro corretto wodka, ma si accontentò di succhiare il contenuto di tre lattine di birra abbandonate sul tavolo. Il cellulare suonò nuovamente. "Ciao, sono Parsifal. Avrei bisogno di parlarti". "Ora non posso, sto andando alla cresima di mio nipote e devo fargli da testimone" mentì Pelocaldo, mentre Bese e Svelto lo tormentavano lanciandogli pacchetti di sigarette ormai vuoti. "Il fatto è che devo proprio chiederti di aiutarmi. Ho un grosso problema di cui non posso parlarti per telefono e che richiede la tua presenza. Sono disposto a darti un milione se mi raggiungi all'autogrill Valtrompia nord con una macchina. Ci sarebbe da fare un trasbordo di merce e consegnarla a Milano". Pelocaldo si sforzò di mettere ordine nel caos dei suoi pensieri. Un milione gli faceva comodo, ma chissà cosa avrebbe dovuto trasportare; poi c’era da convincere Ivano a prestargli il 128; infine non si fidava di andare da solo all'appuntamento e non sapeva a chi chiedere aiuto (inoltre non voleva dividere i soldi con nessuno). "Ti chiamo io tra una decina di minuti" rispose Pelocaldo "Ma sai, è un casino rimandare una cresima e poi certo litigherò con i parenti. Se molli due testoni se ne può parlare". Interruppe la chiamata e guardò con aria di sfida gli altri: una giornata di merda stava trasformandosi in una interessante e lucrosa avventura.

Capitolo quinto (autore: Pelo, stile: libero) Pelo decise di giocare le sue carte, facendo leva sulla bontà di Ivano, di cui ovviamente tutti gli Indomabili, alla bisogna, approfittavano senza scrupoli. Si avvicinò al sacco dove Ivano rantolava e gli mollò un calcio. Nessun segno di vita. Cercò di capire dove fosse la testa di Ivano e andò giù più pesante. Sentì il "toc" della punta metallica dell'anfibio Doc Marten's sul teschio dell'amico e poi un acuto grido. Con un salto prodigioso Pelo scattò all'indietro, oltre la porta, dalla quale finse di fare capolino proprio mentre Ivano spalancava gli occhi iniettati di sangue e rabbia. "Ciao Ivano" disse mellifluo "Vedo che ti sei svegliato". Ivano lo guardò di traverso, ma senza collegarlo alla botta in testa. "Già, sono sveglio, e allora?". "Mi serve un favore" disse Pelo senza tanti fronzoli, "Devi prestarmi la macchina". "Non se ne parla" rispose l'olivastro Indomabile "Domani devo andare da mia madre nelle Marche e non voglio fare la fine dell'anno scorso". Ivano si riferiva all'anno precedente: la sera prima di partire per le ferie aveva prestato il 128 a Pongo, e un semiasse era partito. "Ti lascio la moto in pegno, vale più della macchina" mentì Pelo "E se te la rompo ti tieni l'XL". Dopo mezz'ora di tira e molla Ivano cedette. Era ancora troppo sbronzo per ricordare che l'XL di Pelo era al sicuro dal meccanico e che il subdolo amico era venuto al trink nick con il Cagiva di scorta, sfrizionato e tenuto insieme dal filo di ferro. Conquistate chiavi e libretto Pelo uscì di corsa, trascinando con sè Patty. "Ma che cazzo..." protestò la ragazza "Zitta e corri, prima che Ivano si svegli del tutto". Mezz'ora dopo erano già in autostrada, a tutto gas, cioè a settanta all'ora e Patty cominciò a spazientirsi. "Mi vuoi dire dove cazzo stiamo andando?" Pelo gettò la maschera "Andiamo da Parsifal." "Cosa? Da quello stronzo che a momenti ci faceva finire in galera?" "Già, solo che stavolta lo stronzo ci molla due milioni". Patty era allibita. Parsifal non era il tipo da avere mille lire in tasca, figuriamoci due milioni! C'era sotto qualcosa. "E cosa dovremmo fare per due milioni, ammazzare qualcuno?" Pelo cominciava a innervosirsi, perchè il ragionamento filava. Cominciava a credere di avere agito di impulso. In effetti Parsifal aveva un tenore di vita paragonabile a quello di un homeless brasiliano; viveva di piccoli espedienti e quando riusciva a combinare qualche affare e guadagnare due soldi, se li sputtanava immediatamente. Pelo cercò di distrarsi concentrandosi sulla macchina. Puzzava di vomito e sigarette, come ogni ambiente chiuso frequentato dagli Indomabili. In più c'era la colla, rimasta in macchina da quando Ivano tirava su quattro soldi come attacchino avventizio. Odorava di pesce e uovo marcio, e sommandosi alla tanfa di sottofondo creava un insieme davvero rivoltante. Per terra c'era di tutto: lattine vuote, mozziconi, giornalini porno e un paio di pennelli da colla ormai fossili. Patty tentò di fare funzionare la radio, era appiccicosa e il pomello del volume si staccò subito perdendosi nel caos del pavimento. "Fanculo" sibilò, e mollò una scarpata alla radio, che miracolosamente smise di gracchiare e riprese a trasmettere musica italiana. Peggio di così non poteva andare. Fuori faceva un freddo cane, dentro alla macchina c'era la nebbia, a furia di Camel fumate nervosamente. E poi Pelo aveva un ronzio nella testa, come la sensazione di essere seguito da qualcuno. Non gli piaceva; la prospettiva dell'affare lo allettava ma ora iniziava a innervosirsi. Si fermarono a fare benzina all'autogrill di Trezzo d'Adda, dove rubarono un paio di mignon di Ramazzotti e ripartirono. Erano in ritardo da fare schifo. All'autogrill della Valtrompia (un posto orrendo, che confermava la rapida recrudescenza del cretinismo delle valli nella zona) mancavano solo una quarantina di chilometri, ma quando c'era di mezzo il 128 di Ivano, anche una distanza di poche centinaia di metri rischiava ad ogni momento di essere invalicabile. 

Capitolo sesto (autore: Sandro) Nel frattempo Parsifal stava ingannando l'attesa mangiando l’ennesimo Mars. Quel bastardo di Pelocaldo aveva tirato sul prezzo, ma non era certo questo particolare a renderlo nervoso: sapeva benissimo che avrebbe dovuto pagare di più di quanto avrebbe offerto, così all’inizio si era tenuto molto basso. Pelocaldo tutto sommato era stato onesto, tanto che Parsifal aveva già programmato di scucire almeno tre milioni per trasportare il pacco a Milano. Avrebbe potuto trasportare lui la merce fino a casa per pensare con comodo sul da farsi, ma temeva che la sua auto, una Ritmo rossa ormai sbiadita dal sole e con vistose macchie di ruggine nei sottoporta, fosse stata segnalata dopo il colpo. Stava scartando un Bounty dalla sua confezione quando si accorse che un'auto della polizia stradale era entrata nell'area dell'autogrill, procedendo a passo d'uomo. Gli agenti all’interno si guardavano intorno, come se stessero cercando qualcuno in particolare. Parsifal controllava la scena dallo specchietto retrovisore: se lo avessero fermato in macchina avrebbero trovato i soldi e soprattutto scoperto il pacco, per cui decise di entrare nel bar lasciando le chiavi inserite nel cruscotto: se lo avessero perquisito non avrebbero saputo che auto cercare. Gli agenti, in realtà, stavano cercando parcheggio (era per questo che si guardavano in giro, in quel cazzo di autogrill di Valtrompia nord non c'è mai un posto libero) poiché intendevano bersi un caffè e fare una pisciatina. Uscendo dall'auto notarono un individuo di media altezza dall'aspetto singolare che stava entrando nel bar. A parte la mole, sarà pesato così a occhio sui 160 chili, l'uomo attirava l'attenzione per la sua faccia: radi capelli castani brizzolati sulle tempie incorniciavano un faccione da palla da bowling, terribilmente deformato nella parte centrale e che si prolungava ben oltre la fronte fino alla sommità del cranio. Gli occhi erano annegati dentro le guance, la bocca lasciava intravedere denti gialli staccati uno dall'altro, ma ciò che era realmente impressionante era il naso. Se ti mettevi di lato potevi intuirlo, ma se c'eri davanti ti accorgevi della sua esistenza solo perché potevi vedere i buchi neri delle narici. Infine un paio di ridicoli baffetti completavano l’immagine grottesca di un individuo a metà tra un clown ed un cinghiale. Quell'uomo era Parsifal. Quando entrarono nel bar gli agenti della stradale, Parsifal si diresse verso l'area dei giornali, dove poteva far finta di guardare delle riviste per controllare la situazione. I due sbirri si appoggiarono al bancone, poi uno si diresse verso i cessi. Prima di entrare nel bagno diede una lunga occhiata a Parsifal, prese dalla tasca il cellulare e compose un numero. Infine entrò nel bagno, lanciando un'ultima occhiata furtiva a Parsifal, che ormai aveva la fronte imperlata di sudore nonostante fuori ci fossero tre gradi sottozero. L'altro poliziotto stava parlando con la barista; il panzone (gli amici quando era assente lo chiamavano Porkys) stava già tirando un sospiro di sollievo quando i due si girarono insieme a guardarlo. A quel punto la situazione era drammatica: se lo avessero fermato con il pacco si sarebbe fatto almeno dieci anni di galera, visti anche i precedenti. Era necessario allontanarsi il più possibile dall'auto prima che gli sbirri lo fermassero, poiché ormai era chiaro che era stato scoperto. Uscì dal bar di corsa. Anziché andare verso la macchina tentò di attraversare l'autostrada. Correndo si girò indietro più volte a guardare l’angolo posteriore del bar. Nei primi dieci metri non accadde nulla, poi con la coda dell'occhio vide uno dei poliziotti che lo stava chiamando, poi il rumore di una frenata vicinissima, poi una botta terribile, poi il buio con in fondo una luce. Si stupì del fatto che non gli importava più un cazzo degli sbirri, del pacco, di Pelocaldo e nemmeno di se stesso. Parsifal era morto. L’agente della stradale era uscito dal bar per chiamare quel buffo signore grasso: nella fretta si era dimenticato sul bancone gli occhiali da sole (come facessero a stare sulla faccia di Parsifal senza il naturale appoggio centrale resterà per sempre un mistero). Si accorse che quel pazzo stava cercando di attraversare l'autostrada e poté vedere la scena: l'auto che tentava una inutile frenata, l'urto che produsse un rumore agghiacciante, l'uomo scagliato per aria come un fuscello e infine l’altro terribile urto di un Tir sul corpo ormai esanime scomposto sull’asfalto. Quando finalmente Pelocaldo e Patty arrivarono all’autogrill tutto era finito: il cadavere era già stato portato via e la polizia aveva trovato nell’area di servizio una Mercedes rubata a Milano ed aveva creduto che questa fosse l'auto di Parsifal. In realtà la Ritmo rosso sbiadito del poveraccio era ancora nell’autogrill, aperta con le chiavi inserite nel cruscotto, con una busta contenente dei soldi sotto il sedile del passeggero e con il pacco misterioso nel bagagliaio. Pelo e Patty parcheggiarono il 128 a fianco della Ritmo, aspettando di veder comparire Parsifal: "Quel rotto in culo starà sicuramente rimpinzandosi di panini al bar" esclamò Pelo "aspetta in macchina che lo vado a chiamare". Entrando nel bar Pelocaldo non poté fare a meno di sentire la storia della cameriera, che visibilmente scossa stava raccontando qualcosa a due clienti: "Stavo servendo due poliziotti quando un cliente è uscito di corsa dall'autogrill ed ha cercato di attraversare l'autostrada. Avrà fatto si e no dieci passi che è stato travolto da un auto e poi schiacciato da un Tir. Un agente lo ha rincorso, ma tutto è stato inutile". Pelo intuì che qualcosa stava girando storto, si inserì nella conversazione e si fece descrivere l’aspetto del morto. Dopo dieci parole aveva capito cosa era successo a Parsifal. Bevve in fretta il suo caffè, acquistò un giornale e tornò da Patty: "Quell’esaurito non ha trovato di meglio che farsi schiacciare da un Tir. Ora che facciamo? Lo sapevo che oggi è una giornata di merda". Patty non sembrò minimamente stupita dall’accaduto. Dopo aver riflettuto una decina di secondi scese dal 128 e si avvicinò alla Ritmo guardando all’interno: "Le chiavi sono ancora nel cruscotto, magari il pacco è ancora nell’auto". Pelo aprì la portiera ed istintivamente cercò sotto i sedili. Subito trovò la busta gialla rigonfia di banconote: così a occhio saranno stati almeno cinque milioni. Aprì il bagagliaio, dove vide una vecchia cassa di legno polverosa: "La merce da portare sarà stata sicuramente questa. Dammi una mano che facciamo il trasbordo e teliamo via da qui. Incomincio a sentire puzza di bruciato". Riposero la cassa sul sedile posteriore dell’auto di Ivano e partirono alla massima velocità possibile. Dopo qualche chilometro si sentirono più tranquilli, Patty iniziò a leggere il giornale. In prima pagina il titolo d'apertura recitava: «VANDALI DISTRUGGONO IL VITTORIALE. RUBATA UNA PREZIOSA BOTTIGLIA La casa-museo di D’Annunzio violata da teppisti. Sparito anche l'incasso mensile. Danni per almeno un miliardo». Lì per lì non ci fece caso, poi rilesse il titolone, guardò sul sedile posteriore, guardò Pelocaldo ed urlò: "Fermati subito, voglio vedere cosa c’è dentro alla cassa!". Si parcheggiarono sulla corsia di emergenza ed esaminarono con attenzione il misterioso oggetto che riposava sul sedile posteriore mentre le automobili sfrecciavano a fianco, scuotendo ogni volta il 128 di Ivano. Su un lato della cassa notarono una targhetta con un timbro: era quello della sovraintendenza ai beni artistici di Brescia e riportava scritta a macchina le seguente dicitura: "Bottiglia da venti litri di cognac anno 1845 donata a Gabriele d’Annunzio dalla Società parigina di studi italiani il 3 maggio 1920". Quel pazzo di Parsifal era l’autore del furto e dei danni al Vittoriale. "Adesso che cazzo facciamo!?"-esclamò Pelocaldo- "Sappiamo cosa c’è dentro alla cassa ed è chiaro che questa merce è invendibile. I casi sono due: o lasciamo la bottiglia qui e ci teniamo i soldi oppure ci teniamo i soldi, ritorniamo dagli altri e ci scoliamo questo nettare divino". Guardò per un attimo Patty ma non attese nemmeno la sua risposta: quello sarebbe stato sicuramente un "Trink nic" memorabile. Girò la chiave ed il 128 partì singhiozzando in una nuvola di fumo azzurrognolo. 

Capitolo settimo (autore: Doc) Il Doc alle prime avvisaglie del Pongo affamato si svegliò, anche perchè con tutto il casino che faceva quell'animale, solo un sordomuto non si poteva svegliare. Rimase un po' a pisoccare nel saccoapelo cercando di ricordare cosa cavolo avesse combinato nella nottata, a parte bere, ruttare e digiunare perchè qualche pirla come al solito non aveva comprato poco o niente da mangiare. La testa gli ronzava come un turboelica Tupolev e, in quei pochi attimi di contatto tra i neuroni del suo cervello, decise che avrebbe stroncato tutti con una grolla al fulmicotone. Sgusciòfuori dal sacco a pelo con l'agilità di una puzzola in calore proprio nel momento in cui, quella faina da circo Moira Orfei di Svelto, tirava in faccia a Nirgu lo stivale. Il sangue gli si gelò nelle vene come l'iceberg che affondò il Titanic, temendo come Nirgu potesse reagire ad un brusco risveglio. Per fortuna i postumi della sbronza di Nirgu erano ancora forti e tutto finì bene. Il Doc, dopo il momento di paura, iniziò a preparare la grolla e tutto contento ed orgoglioso, si presentò con il micidiale intruglio proprio nel momento in cui il Pelocaldo ricevette quella misteriosa telefonata. La cosa gli puzzò di mistero quasi subito, vedendo il Pelo osservare in giro con fare guardingo e sospettoso, ma essendo grande amico di Pelo e Patty, decise di controllare da lontano cosa cavolo avessero intenzione di combinare, per evitare che si cacciassero nei guai. Prese il suo mitico Djebel e seguì, rimanendo a debita distanza e facendosi due palle grosse come una mongolfiera, il 128 di Ivano in autostrada a 70 km/h. Raggiunse Pelo e Patty proprio quando stavano ripartendo dalla piazzola dell'autostrada quasi centrandoli con la moto. "E' da quando siete partiti che vi sto pedinando e manco ve ne siete accorti. Avete rischiato grosso all'autogrill" esordì urlando quasi in faccia a Pelo e Patty. "Vi ho superato in autostrada perchè ero a corto di benza nella moto. Mi sono fermato alla stazione di servizio, tanto vi avrei ribeccato poco dopo, visto quel catorcio di macchina che guidate". "Bello stronzo che sei, ci hai fatto prendere un colpo" rispose Pelo. "Fanculo" disse Patty. "Begli amici che siete, invece di ringraziarmi per avervi coperto mentre frugavate nella Ritmo, visto che un caramba vi stava osservando. L'ho distratto chiedendogli quanti km mancavano per Venezia". Pelo era ancora sospettoso. "Sapete cos'è successo a Parsifal?" chiese il Doc, "Certo che lo sappiamo" "Io stavo facendo benzina, quando ho visto quell'imbecille attraversare l'autostrada e spiaccicarsi sull'asfalto come un bassorilievo egizio. Vorrei sapere il perchè?" Pelo e Patty spiegarono al Doc del furto al Vittoriale e della bottiglia che avevano prelevato dalla macchina di Parsifal. Doc rimase in silenzio ad ascoltare, meditò per qualche secondo sull'accaduto, ma gia il suo sesto senso gli diceva che il Trink nic di quell'anno sarebbe rimasto nella storia. Eccome se sarebbe rimasto nella storia. I partecipanti ne avrebbero parlato per anni e anni.

Capitolo ottavo (autore: Pelo)
Sulla strada del ritorno Pelo cercò di distrarsi. Per non dover pensare al preziosissimo carico passò tutto il viaggio di ritorno ripensando alla sua infanzia. Il quartiere Forlanini, dove lui e molti altri Indomabili erano nati e cresciuti, sembrava un piccolo angolo di pace in riva a Milano. Si ricordò di quando lui, Bese, Piattola, Bulfa e Pongo e tutti gli altri avevano quindici anni, e in sella alle loro Saltafoss percorrevano gli stretti sentieri nei prati di Monlué o del parchetto Ragusa (così veniva chiamato, come a volergli dare un tono, il pratone che costeggiava i capannoni di via Fantoli) alla ricerca di avventure, che nella loro immaginazione voleva dire trovare un giornale porno spiegazzato, o incontrare una biscia. A volte, quando riuscivano a farsi coraggio abbastanza, si spingevano fino al prato che lambiva la tangenziale, alle spalle della scuola di Monlué, per fumarsi una sigaretta in quattro o cinque. Se poi erano in grana, si sedevano sulle sporchissime panche fuori dalla trattoria di Monlué e si bevevano una birra da quattro soldi ascoltando il Juke-Box che, caso più unico che raro, proponeva accanto a Raoul Casadei anche "Fool in the rain" del Led Zeppelin. Qualche anno dopo i vari Ciao, Garelli e Fantic, tutti rigorosamente taroccati, avevano sostituito la "biga", ma il copione era più o meno lo stesso.  Ragionandoci su, le cose non erano cambiate molto nel corso degli anni. Certo, adesso c'era il Teneré al posto della Roma Sport, la sigaretta aveva lasciato il posto allo spinello, il raggio di azione si era allargato, ma alla fine non era cambiato niente. Erano sempre alla ricerca di un posto per loro, dove bersi una birra in santa pace e ruttare ad alta voce. E così sarebbe stato per tutta la loro vita. Pelo pensava, ricordava, tirava via la polvere da quelle bellissime giornate, sempre uguali ma ogni giorno diverse e quando arrivò al paesello, quasi non vide il cartello. Piantò un'inchiodata che fece scricchiolare minacciosamente la cassa e prese il vialetto che portava a casa di Laura. Frenò molto più cautamente nell'aia, e mentre il Doc tirava la moto sul cavalletto, andò verso la fontanella sotto il portico. Gli serviva una botta di freddo per riprendersi. L'acqua gelida del rubinetto lo riportò alla realtà. Patty stava cercando di trovare una scusa plausibile per scaricare il bottiglione in modo discreto, ma il loro arrivo aveva messo in allarme gli altri Indomabili. Certamente nessuno poteva immaginare cosa ci fosse dentro quella specie di bara, ma gli Indomabili avevano una specie di radar per gli alcolici e se non si fossero inventati qualcosa in fretta, ci sarebbe sicuramente scappato il morto. Ma c'era qualcosa che non andava... Pelo notò che gli Indo's che circondavano Patty sembravano più allarmati che curiosi. Si avvicinò e cercò di capire cosa fosse successo. Captò Pongo che chiedeva a Patty: "Cosa vuol dire che non è con voi? E' da quando siete partiti che non lo troviamo!" e Ivano, assolutamente indifferente alle condizioni della sua auto aggiunse: "Se è uno dei vostri soliti scherzi piantatela. Mi ha detto che mi avrebbe aiutato a sistemare l'autoradio, ma se non ci sbrighiamo..." E piattola: "E poi che cazzo mi significano i suoi vestiti in giro per l'aia?". Pelo, Patty e Doc non capivano. Si guardavano allibiti mentre gli Indomabili e tutti gli altri continuavano a parlare tutti insieme. Poi, come se il pensiero avesse attraversato come una freccia i loro cervelli, i tre capirono che cosa era accaduto. Guardarono al centro dell'aia, vicino alla moto del Bese. In un mucchio disordinato c'erano il chiodo del Bese, la camicia di Jeans del Bese, i Carrera del Bese e gli anfibi del Bese. Ma mancava qualcosa a completare il quadretto.
Il Bese era scomparso. 

Capitolo nono (autore: il Fontana)
Mentre gli Indomabili stavano cominciando ad organizzare la ricerca del disperso, nei loro paraggi si stava avvicinando un solitario ciclista. Be’ a definirlo ciclista gli si farebbe un complimento, visto che lo sconosciuto pedalava stancamente una vecchia sportiva con cinque cambi e due moltipliche, i parafanghi, i fanalini, il campanello e le pedivelle coi catarifrangenti gialli. Anche l’abbigliamento faceva pensare più a un pensionato che stava andando a raccogliere l’insalata all’orto abusivo vicino all’autostrada, piuttosto che a un atleta. Comunque, visto che conduceva un velocipede continueremo a chiamarlo ciclista. Alla vista di questo individuo, gli Indomabili cominciarono ad agitarsi per richiamarne l’attenzione. Lui avrebbe fatto volentieri a meno di imbattersi in quel gruppo di scalmanati, ma la stradina che aveva imboccato non gli lasciava che due alternative: o tentare un’improbabile fuga invertendo rapidamente il senso di marcia, oppure avvicinarsi cautamente al gruppo ostentando un atteggiamento amichevole. Il malcapitato considerò che se avesse optato per la prima ipotesi, oltre a rischiare una goffa caduta, avrebbe indispettito quegli strani tipi che lo avrebbero facilmente raggiunto, quindi, maledicendo il momento in cui aveva deciso di infilarsi in quella strada polverosa, decise di proseguire per la sua via manifestando una calma che era solo esteriore. Pensava che la prossima volta che avrebbe voluto far passare il pomeriggio di una noiosa domenica, mai più si sarebbe avventurato in percorsi che non conosceva più che bene. Quella maledetta domenica il campionato di calcio osservava un turno di riposo perché la nazionale aveva giocato il pomeriggio del sabato, ottenendo uno squallido pareggio con una squadra di dilettanti; il Corriere della Sera era uscito in tiratura limitata a causa di uno sciopero e il nostro ciclista non aveva fatto in tempo a procurarsene una copia; tutti i suoi amici erano impegnati con le rispettive fidanzate, ma lui, che con le donne non era mai andato forte, stava attraversando uno dei periodi peggiori della sua piatta vita sentimentale. La televisione proponeva uno dei soliti programmi spazzatura e allora, piuttosto che passare il pomeriggio seduto a un tavolo del bar dell’oratorio a giocare a scopa d’assi con tre ultra sessantenni decise di rispolverare il suo ferro vecchio e di andare a farsi un giro. Sapeva che la domenica pomeriggio le strade sono frequentate dagli automobilisti più imbranati e quindi per evitare pericoli decise di allontanarsi il più possibile dai percorsi più battuti, ignaro del fatto che affrontare quel gruppo di esagitati poteva costargli più caro che immettersi in autostrada contromano in una giornata di nebbia.
“Ehi tu, vieni un po’ qua”, cominciò a strillare un energumeno che sembrava il più preoccupato della banda, “Hai incrociato per caso qualcuno venendo qua?”. “No! Bé! Veramente io non ho visto nessuno” rispose il ciclista con un filo di voce. Non riusciva a capire se era il caso di calmarsi, visto che quelli non ce l’avevano con lui, o di mantenere comunque alto il livello di attenzione perché in ogni caso una parola sbagliata avrebbe potuto scatenare il peggio. “Come è possibile, non può essersi volatilizzato!” sbottò l’energumeno. “Com’era vestito?” balbettò timidamente il ciclista. “Sarebbe stato vestito così” disse con britannico distacco un biondino con l’aria del bravo ragazzo, mostrando al ciclista gli effetti personali del disperso raccolti nell’aia, “Se non avesse abbandonato qui i suoi abiti”. 
In quel momento il ciclista credeva di aver avuto la formidabile intuizione che consentiva di dipanare il mistero e di calmare quei ceffi. “Allora sarà andato a bagnarsi nel fiume” sentenziò, dimenticandosi che era febbraio. “Si a caccia di pinguini!” ribatté spazientito l’energumeno.
A quel punto il ciclista cominciò a preoccuparsi seriamente: nonostante avesse misurato attentamente tutte le sue parole, gli era scappata quella battuta fuori luogo che avrebbe potuto compromettere la situazione. Ogni istante gli sembrava eterno finché uno strano suono gutturale interruppe il silenzio. Quel suono era in realtà la risata di un elemento del gruppo il cui aspetto, una via di mezzo fra un cavernicolo e un guerrigliero palestinese, non era del tutto nuovo per il ciclista.
“Ma tu hai il box di fronte al mio!” disse il ciclista sperando di trovare un argomento di conversazione che lo tirasse fuori dall’imbarazzo. Dopo un breve scambio di battute si rese conto che quasi nessuno di quei brutti musi gli era sconosciuto (non li aveva mai frequentati, ma era cresciuto nel loro stesso quartiere, addirittura nella stessa via di alcuni di loro) e aveva capito benissimo a chi si riferivano quando parlavano del loro amico scomparso.
Millantando un’esperienza di volontario in un’associazione di protezione civile cercò di organizzare la ricerca del disperso, ma fu subito chiaro a tutti che non aveva il carisma del leader, figurarsi poi cosa avrebbe potuto fare un piccoletto in quell’ambiente di anarcoidi! Il ciclista rinunciò ben presto ad ogni velleità di comando e si mise diligentemente a disposizione del gruppo. La sorte fu benevola assegnandogli come compagno di ricerca l’elemento forse più pittoresco della banda che nascondeva sotto l’aspetto burbero e la pancia da camionista olandese, un animo decisamente gioviale. Il ciclista era affascinato dall’eloquenza del corpulento Indomabile e ascoltandolo pensava a quante volte aveva formulato giudizi affrettati sulle persone basandosi solo sulle apparenze e a quante opportunità aveva perso per quel suo modo di fare diffidente. Più l’Indomabile narrava le avventure del gruppo, più nel ciclista cresceva uno strano stato d’animo, un misto di ammirazione e di rimpianto. L’incontro fortuito e inizialmente temuto con gli Indomabili, fu importante per il ciclista, che pur sapendo che non sarebbe mai diventato uno di loro, era determinato a diventarne amico; inoltre la casualità dell’episodio alimentava in lui la speranza che un giorno, altrettanto occasionalmente, avrebbe potuto conoscere quella morettina che abitava sopra il bar con la quale non era mai riuscito ad andare oltre un impacciato saluto, ma questa è un’altra storia. 
La ricerca continuava senza il minimo risultato, il racconto dell’Indomabile, invece, fu interrotto improvvisamente: “Diamoci da fare, che fra un po’ diventa buio!” disse il ciclista.

Capitolo decimo (autore: Sandro)
Il maresciallo Gargiulo stava rabbrivedendo nella Land Rover condotta malamente su un sentiero di campagna da un giovane carabiniere di complemento. Gargiulo era da trentadue anni nell’Arma e ne aveva viste ormai di tutti i colori: il fatto di dirigere una piccola caserma relativamente lontano da una grande città non lo aveva certo esonerato dagli impegni più scomodi e pericolosi. Era in quel piccolo paese solo da due anni.  Nel 1968, appena uscito dalla scuola di formazione dei carabinieri, si era trovato nel bel mezzo della contestazione studentesca. Ricordava ancora quel periodo come un incubo: ore e ore passate all’interno degli scomodi cellulari, gli scontri di piazza, il terrore di restare isolato dagli altri e di essere linciato dalla folla dei manifestanti, come era accaduto ad alcuni suoi commilitoni. E poi le retate nelle comuni dei “sovversivi”, dove veniva accolto dagli insulti e dal disprezzo di quei giovani che a lui sembravano comunque dei figli di papà. Le loro case erano tutte uguali: il manifesto del Che (con il quale Feltrinelli divenne ancora più ricco senza versare nemmeno una lira al fotografo che scattò quell’immagine che tutti noi abbiamo impressa nella memoria), quello a colori psichedelici di una ragazza con i riccioli e le gambe incrociate che si fuma uno spinellone reggendolo con due mani, uno stereo super costoso ed i dischi dei Jefferson Airplane, Grateful Dead, Inti Illimani, Frank Zappa, Area e di più o meno conosciuti cantautori italiani quali Claudio Lolli, Francesco De Gregori e Rino Gaetano. Poi c’erano i giornali: Re Nudo, Lotta Continua, Il quotidiano dei lavoratori, Controinformazione, i quaderni di Potere Operaio. I più polli si facevano poi fregare conservando i volantini oppure facendo delle foto nei cortei e durante i grandi raduni giovanili. Queste foto venivano consegnate subito al comandante del reparto, che le inviava a un a apposito ufficio dove ogni volto riceveva un nome. Molte volte grazie a quelle innocenti immagini si erano potuti identificare personaggi pericolosi o sovversivi ricercati. 
Gargiulo ben presto iniziò a odiare quei giovani: sapeva che erano dalla parte della ragione, ma loro erano pur sempre i ricchi, i figli di coloro che stavano sfruttando i lavoratori. Per quanto lo riguardava sapeva di fare un lavoro sporco, di essere dalla parte del torto, ma lui era pur sempre un povero, una vittima del sistema. Mettere in galera uno di quei figli di papà gli dava una soddisfazione intima, il senso di ribellione del povero nei confronti del ricco. La vera rivoluzione la faceva lui, arrestando quei figli di papà che non facevano un cazzo dalla mattina alla sera, che si facevano un sacco di canne e si scopavano quelle belle ragazze dai capelli troppo lunghi e dai tacchi troppo bassi per essere veramente sexy.
Questo accanimento non passò inosservato ai suoi superiori, che lo promossero brigadiere e lo trasferirono in un reparto speciale antiterrorismo. Per molti anni abbandonò la divisa ed iniziò a fare l’infiltrato. Visse anche lui nelle comuni, conobbe meglio quei giovani, imparò il significato di parole quali operaismo, lotta di classe, opposizione al sistema ed infine si fece un sacco di canne e poté finalmente scoparsi anche le ragazze dai capelli troppo lunghi. 
Ma Gargiulo era pur sempre un carabiniere e contribuì, nel suo piccolo, a sgominare alcuni gruppi di Autonomia Operaia che avevano iniziato a fare attentati incendiari a Milano. Con l’arresto del gruppo in cui si era infiltrato Gargiulo poté fingere di essere un latitante e cercò rifugio a Roma presso i compagni del collettivo di Via dei Volsci. Anche qui iniziò un accurato lavoro di schedatura, ma ben presto fu chiamato a far parte di un corpo speciale organizzato dal generale Dalla Chiesa. Visse alcuni anni in modo allucinante: non poteva dire a nessuno che lavoro faceva, spariva per settimane senza dar notizie a casa, gli capitava di bivaccare per cinque o sei giorni in appostamento nei pressi di una cascina, oppure di passare le giornate a guardare dallo spioncino di una porta. Comunque fu un periodo gratificante. L’azione culminante fu la liberazione del generale USA Dozier, tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse.
Poi l’epoca del terrorismo finì e Gargiulo, ormai quarantenne, fu nuovamente trasferito ai reparti normali. Ormai era diventato maresciallo, aveva ricevuto due menzioni e una croce al valor militare. Sperava in una carriera tranquilla poiché pensava di aver già dato tanto all’Arma.
Invece fu trasferito a Locri e qui iniziarono i suoi veri anni di piombo. La caserma sembrava un fortino, la gente non nascondeva il disprezzo verso qualsiasi tipo di divisa, non poteva uscire da solo per timore di essere ucciso.
Alla soglia del pensionamento finalmente si decisero a trasferirlo al nord. Gli diedero il comando di una piccola stazione nei pressi di Crema: qualche spacciatore, una o due rapine in banca all’anno, qualche guaio legato alle troie della Paullese e tutto finiva lì. Per uno abituato a combattere terroristi e mafiosi la vita della campagna padana sembrava un paradiso.
Gargiulo sorrise pensando al piatto di polenta che avrebbe mangiato nella trattoria del paese quando la sua attenzione fu attratta da un gruppo di giovani. Fece fermare la jeep e si mise a osservare cosa stavano facendo. A prima vista sembrava che il gruppo fosse in preda a una sorta di panico: ognuno si dirigeva in una direzione, per poi cambiarla apparentemente senza motivo. Ben presto realizzò che quei giovani stavano cercando qualcuno ma non avevano alcuna idea di dove potesse essere andato.
Gargiulo stava osservando gli Indomabili.

Capitolo undicesimo (Autore: Pelo)
L’arrivo del fuoristrada dei carabinieri raggelò gli Indomabili. Ci fu uno scambio di occhiate rapido, ma non abbastanza perché fossero sicuri che non fosse stato percepito. Per un interminabile secondo ogni Indomabile passò in rassegna con il pensiero il contenuto delle proprie tasche. Sbuffarono fulmineamente di sollievo, visto che nessuno aveva nulla di compromettente: quello che c’era era già finito la sera prima. Erano in una strada bianca in aperta campagna, i carabinieri avrebbero sicuramente visto se avessero tentato di svuotare qualche tasca un po’ troppo piena. L’unico a non essere intimorito era il ciclista, e qualcuno degli Indomabili ci restò un po’ male. Evidentemente non aveva nulla da temere dai carabinieri e per loro questo era inconcepibile. Gli Indos si prepararono ad affrontare l’ennesimo incontro con le forze dell’ordine con la strafottenza tipica di chi è in gruppo e sa di non avere nulla da nascondere. Ma c’era qualcosa che non andava... Pelocaldo, che di solito non esitava il confronto con la legge, forte di una innata diplomazia e un aspetto da bravo ragazzo che lo rendevano molto sicuro di sé, era impallidito come un cadavere. Pongo, sbigottito dal crollo dell’amico, pensò che forse aveva con se del fumo o un coltello, e decise di sostituirlo nella schermaglia. In effetti Pelo stava male. Cercava di pensare, di inventarsi una scusa, ma non ci riusciva. “Come cazzo hanno fatto a scoprirmi così presto?” pensò disperato “Da quanto mi seguivano?” “Adesso cosa mi faranno?”. Mille pensieri gli passarono per la testa, ma quello giusto, cioè che i carabinieri fossero lì per caso, non lo toccò nemmeno per un istante. Era preso dal panico. Adesso lo avrebbero arrestato, accusato del crimine commesso da Parsifal e forse anche sbattuto in galera. Ma peggio che peggio, sarebbe stato costretto a restituire la bottiglia. Ancora chiusa.
Il carabiniere che scese dall’auto era un tipo brizzolato dalla corporatura robusta. Aveva un viso dall’espressione stanca ma risoluta, che faceva sembrare ancora più giovane il militare al volante, un ragazzotto rapato a zero e pieno di brufoli. “Signori, buongiorno!” esordì il maresciallo, con una cordialità che naturalmente ispirò agli Indomabili una istantanea diffidenza: “Posso chiedervi cosa state facendo qui?”. Pelo era ancora terrorizzato e pensò “E’ il vecchio trucco dello sbirro buono e quello cattivo! Adesso quello in macchina scende, mi ammanetta e mi mitraglia tutta la faccia!”. Ma qualcosa non quadrava. Il maresciallo si era avvicinato fino a pochi passi da loro e nessuno dei due militari accennava ancora a puntargli la pistola in faccia. Finalmente Pelo realizzò che forse era lì per caso, o per controllare un gruppo di ragazzi dall’aria maledettamente sospetta, e riacquistò parte del colorito. “Buongiorno maresciallo!” esordì il Pongo “Si fanno due passi e quattro chiacchiere”. Gargiulo lo guardò con gli occhi un po’ meno stanchi e un po’ più sospettosi. “Già, vedo..” disse, e poi affermò, più che chiedere “Voi non siete di qui, vero?” “Be’ effettivamente no” rispose Pelo, che aveva ormai riacquistato la baldanza e stava già pensando a come organizzarsi un alibi, “Siamo di Milano, ma siamo ospiti qui alla cascina di Laura”. “Ah, sì, Laura” disse il Maresciallo, “La conosco bene, è una brava ragazza, anche se non pensavo che...” e si interruppe. Stava per dire “che frequentasse gente simile” ma concluse con un diplomatico “avesse ospiti”. 
Se c’era una cosa che Gargiulo aveva imparato era quella di tenere per sé i giudizi sulla gente. “Sapete, mi è venuta l’impressione che stiate cercando qualcuno” disse Gargiulo. “Sì, in effetti stiamo cercando un nostro amico” rispose Pelo, “Deve essere andato a fare un giro qui intorno.”. Gargiulo abbozzò un sorrisetto: quella strada risaliva un torrentello, e a meno che il loro amico non fosse un collezionista di preservativi usati o un amante dei materassi bruciati, non c’erano molte attrattive. “Sentite, io continuo il mio giro, se vedo il vostro amico lo avverto che lo state cercando. Descrivetemelo.”
La reticenza degli Indomabili riemerse all’improvviso e fruttò a Gargiulo solo una descrizione molto generica: alto e magro. “E come è vestito?” aggiunse Gargiulo. “Sportivo” rispose Pelo istintivamente. Gargiulo afferrò la citazione con un sorrisetto, ma prima di ripartire squadrò per una frazione di secondo quello strano ragazzo: aveva una faccia pulita, quasi da secchione, ma non la contava giusta.. Gli stava nascondendo qualcosa, ne era più che sicuro. Per un momento i loro occhi si incontrarono. “Ci rivedremo...” mormorò Gargiulo risalendo sull’auto. Aveva pronunciato quella frase con voce dolce e il sorriso sulle labbra, ma tutti, a parte forse il ciclista, erano sicuri che più che un saluto fosse una minaccia. Non appena la polvere sollevata dal fuoristrada si fu posata, Pongo sbottò contro Pelo: “Che cazzo voleva dire quel sorrisetto? Cristo! E’ una delle poche volte che i caramba non ci fanno la perquisa e tu ti metti a citare i Soliti sospetti?” “I soliti Ignoti” mormorò Pelo, che per quanto rosso dalla vergogna per il lapsus frudiano, non poteva rinunciare alla sua endemica pedanteria. “Sospetti o ignoti non cambia un cazzo” si intromise Nirgu, “Cosa sta succedendo? Dov’è il Bese? Perchè i caramba ci tengono d’occhio?” Pelo era combattuto. Avrebbe voluto vuotare il sacco, ma il Bese era ancora latitante, e non avrebbe mai lasciato che la bottiglia fosse aperta senza di lui... “Torniamo alla cascina adesso, magari il Bese è già tornato”. 

Capitolo dodicesimo (Autore: Pelo)
Alla decima spallata i cardini della porta cedettero di schianto e l’alieno, spinto dal suo stesso slancio, ruzzolò per terra. Per fortuna l’esoscheletro della sua tuta scintillante assorbì l’impatto con il terreno gelato. L’alieno, finalmente libero, si rialzò e volse lo sguardo al sole: la visiera a specchio del suo casco assorbì gran parte della luce che altrimenti gli avrebbe certamente danneggiato gli occhi. Si avviò ansimando verso il suo veicolo, che scintillava al sole a pochi passi di distanza. C’era qualcosa che non andava. Uno strano silenzio regnava nella campagna. Lì doveva esserci vita, ma tutto era silenzioso. L’alieno alzò cautamente la visiera, socchiuse gli occhi, che intanto si erano abituati a quella luce fredda, che quasi non proiettava ombre e respirò a fondo quell’aria dal sapore strano, tanto diversa da quella del suo mondo. All’improvviso sentì delle voci. Troppo tardi. Il casco l’aveva tradito attutendo il suono di quelle strane creature che si avvicinavano. Lo avevano visto e con pochi passi lo circondarono. “Come cazzo sei vestito!” urlò quello più grosso “Dove cazzo eri?” gli fece eco quello biondo. Il drappello si avvicinò all’alieno e lo tempestò di domande, accomunate dalla parola cazzo. Il Bese si sfilò lentamente il casco e guardò stupito gli Indomabili, chiedendosi chi fosse quell’omino dall’aria mite vestito da ciclista che stava insieme a loro. Gli Indomabili lo fissavano come se fosse un fantasma. “Che cazzo avete da guardare?” disse il Bese “Non avete mai visto una tuta Dainese?” “Con uno stronzo dentro mai” sibilò Pongo, “E’ un’ora che ti cerchiamo, dove stracazzo eri finito?” “A provare la tuta” rispose candidamente il Bese “Me l’ha portata Piattola. Sono andato nel fienile a metterla, ma la porta si è chiusa da sola e non riuscivo a uscire, è un’ora che vi chiamo!” “E noi stronzi che per cercarti siamo pure finiti in braccia ai caramba!” urlò Pelo. Il Bese lo osservò imbufalito “E tu allora, dove cazzo sei andato?” Pelo diventò rosso come un peperone “Beh, cosa c’entra? Mi ha chiamato Parsifal per un lavoretto qui in zona e sono andato” rispose. Il Bese, udendo il nome del grassone fece una faccia sospettosa “Buono quello! E tu pianti un tuo fratello per quella testa di cazzo! E che cazzo voleva?” “Non lo so di preciso” rispose Pelo “E’ morto”. Il Bese impallidì “Cosa? Che cazzo dici?” “Sì è andato sotto un Tir. Sembrava una piadina con lo squacquerone” intervenne Patty. Il Bese tremava, e gli occhi gli si inumidirono. Era sul punto di piangere “Nooo!” gridò “Parsifal, perchè sei morto!” e tirò un calcione rabbioso a una innocente gallina che gli razzolava intorno ai piedi. Il pennuto partì starnazzando verso il cielo mentre il Bese bestemmiava furiosamente. Il ciclista si fece avanti timidamente e sussurrò a Pongo “Erano amici?” il Pongo rispose flemmaticamente “No, ma gli doveva quasi centomila lire”. Pelo capì che quello era il momento di giocare l'asso ed esclamò “Vabbé, non tutto è perduto. Quel porco mi ha lasciato un ricordino che vi tirerà su il morale” e si diresse verso la macchina. Tirò fuori a fatica la cassa, la raddrizzò e la aprì. 
 
 
 

E adesso continua TU... 

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